Le intrepide donne indigene dello stato di Oaxaca. Trecce nere e maniche rimboccate.

Foto di Francesca Martinelli

Il Messico era un sogno da tanti anni. A farci decidere c'è voluta la pandemia. Dopo due anni chiusə in casa, abbiamo deciso che il grande momento era arrivato. Ora o mai più.

Il Messico è grande, però.

Bruxelles, Belgio, Aprile 2022

Dove si va?
A te cosa interessa?
A me la cucina.
A me il mezcal!
Presto detto, la scelta è caduta sullo stato di Oaxaca.
Quello che sapevamo è che a Oaxaca si mangia e si beve bene.
Quello che non sapevamo, capre che siamo, è che nelle valli intorno alla capitale vivono un sacco di persone indigene. Una ricchezza linguistica e culturale che ha dato tutto un altro sapore al viaggio.

Oaxaca de Juárez, Messico, Giugno 2022

Andiamo a fare questo tour che sta sulla Lonely Planet? Sembra interessante, passeremmo una giornata con un'associazione che si occupa di progetti di microcredito per donne indigene che vogliono mettere su un'attività imprenditoriale. Impararemmo qualcosa sull'iniziativa e conosceremmo alcune delle donne che partecipano. L'unica cosa è che il tour è in inglese, uffa io sto studiando lo spagnolo!
Un progetto che concede prestiti solo a donne? Ma è un progetto maschilista! E poi, quanto costa?
Un po'. Ma sembra un progetto interessante. Proviamo, dai. Così potrai fare tutte le tue domande all'associazione. Anziché a me!

È da questa conversazione un po' del cavolo che è nata una delle esperienze più belle che io abbia mai fatto.

Nelle valli intorno alla città di Oaxaca de Juárez, capitale dello stato di Oaxaca, vivono varie popolazioni indigene, principalmente zapoteche e mixteche. Sono indipendenti dai tempi della conquista spagnola: parlano la loro lingua e si autogovernano tramite un insieme di regole che va sotto il nome di "Usos y costumbres". Queste cose non le sapevo prima di partire, le ho scoperte una volta lì.

E così un Venerdì mattina andiamo a piedi alla sede dell'associazione, che si chiama En Vía, e lì ci troviamo con le organizzatrici e con ə partecipantə al tour. Siamo una decina di persone in tutto e viaggiamo su un pulmino. Lungo la via ci vengono fornite un po' di informazioni; e il mio compagno può fare tutte le domande che vuole.

Impariamo che i progetti di microcredito in Messico hanno tassi di interessi altissimi, che possono arrivare al 200%; e che la particolarità dei prestiti concessi da questa associazione sta nel fatto che sono a tasso zero. E infatti non usano la parola préstamo, che la maggior parte della gente qua associa allo strozzinaggio; per distinguere, usano la parola mutuo.

Per accedere al mutuo le donne devono essere in gruppi di tre. Possono avere attività diverse, ma devono essere in tre. Questo per un discorso di responsabilità; e perché, in caso una un mese non sia in grado di restituire i soldi, le altre possono scegliere di contribuire in sua vece.

Sempre per avere accesso al mutuo, alle donne viene chiesto di seguire un corso di business, gratuito. Qua una delle prime cose che imparano è a gestire il denaro che guadagnano: una parte va reinvestita nell'attività, una è per le spese di casa, una va messa da parte, e una è per se stesse; perché il proprio tempo ha un valore... e in tante non se ne rendono conto.

Il mio compagno fa la domanda che gli brucia. Gli viene risposto che il progetto si rivolge a donne perché nella loro esperienza le donne sono più affidabili, più brave a gestire il denaro, più puntuali nel restituire il prestito.

E poi arriviamo.

La prima tappa è un villaggio zapoteco. Qui facciamo la conoscenza di Angelina.
Angelina è bellissima: indossa un vestito tradizionale, in nostro onore, e ha delle lunghe trecce nere come l'ebano. Mentre parliamo sentiamo un rumore di fondo: una figlia sta preparando le tortillas (che non ci sono toccate, aimè) con un attrezzo cigolante. Nel frattempo l'altra cerca di seguire la lezione sul cellulare.  Angelina ci racconta, in uno spagnolo stentato che le organizzatrici traducono in inglese per ə membrə del gruppo che lo spagnolo non lo masticano. Angelina è sposata e ha tre figli, due ragazze e un ragazzo. Angelina e il marito erano poverə, poverissimə, ci dice: non avevano neanche di che dar da mangiare alle figlie e al figlio. A volte un pomodoro, a volte una cipolla, ma non bastava. Angelina e il marito non possiedono terra: il marito lavorava con un trattore la terra di altre persone. Ma quello che guadagnava non era sufficiente.
E così è emigrato negli Stati Uniti, dove lavora in cucina. Ma neanche questo era abbastanza: ci sono tre figlə che devono nutrirsi, e i soldi che sono stati presi in prestito per finanziare il viaggio che vanno restituiti.
Avendo bisogno di denaro e non sapendo come fare, Angelina ha pensato di rispolverare un’attività che le aveva insegnato la sua mamma quando era piccola: fare delle statuine e del vasellame usando l'argilla delle montagne intorno alle valli. Non è facile come potrebbe sembrare perché servono un sacco di cose, a partire da delle braccia robuste per andare a cercare l'argilla in montagna e portarla giù. Ma la cosa più difficile da procurarsi è la legna. Perché costa.
Angelina ha sentito parlare di En Vía da una compaesana. Con il primo mutuo che ha ottenuto ha comprato la legna per cuocere la terra. E piano piano, nelle strade di Oaxaca e poi al mercado de artesanía, i suoi pezzi hanno iniziato a vendere. L’attività ha lentamente preso piede, e le figlie hanno avuto la possibilità di studiare: la grande fa scienze infermieristiche all’università, la piccola è alle superiori. Il marito presto tornerà dagli Stati Uniti... e sarà per sempre.
Mentre parla Angelina lavora, sta facendo un vaso. Parte da un blocco di terra e gli dà forma, semplicemente con le mani: così come non ha un forno, non ha neanche un tornio. Per decorare usa il torsolo di una pannocchia, per lisciare un pezzo di pelle. E le cose che produce, le abbiamo viste alla fine della visita, sono bellissime! Quanto mi sarei voluta comprare un bel coccio per farci il ragù! Invece non ho spazio in valigia, e devo accontentarmi di una ciotolina minuscola.

La seconda tappa è il pranzo.
Qua facciamo la conoscenza di Isabel, che ci cucina delle enchiladas e un mole negro meravigliosi e che ha un sorriso contagioso.
Siamo in un villaggio in cui si tesse, e Isabel e il marito tessevano tappeti. Ma c’è stato un declino nel business, e allora Isabel ha deciso di preparare i tamales, che sono dei fagottini di pasta di mais ripieni cotti nelle foglie di mais, e di venderli al mercato. Il mercato iniziava alle 7 e Isabel doveva alzarsi nel mezzo della notte per preparare i tamales e poi caricarseli in spalla e portarli al mercato. Vendevano, ma era un lavoro massacrante. E così dopo un po’ ha deciso di provare a venderli da casa sua. Si vendevano, più lentamente ma si vendevano. E un giorno una coppia le ha chiesto se potessero mangiarli lì, e lei ha detto di sì ma non aveva forchette, solo cucchiai, e neanche un pavimento se è per quello; ma questo le ha dato l’idea del comedor, il ristorante; e, di nuovo, piano piano, con l'aiuto del mutuo, è riuscita a metterlo su! Nel ristorante vende lavori fatti al telaio, cose fatte dalla gente del paese. E così, tramite il suo piccolo business aiuta altre persone.

Le due tappe successive sono nello stesso villaggio.

Prima andiamo da Viviana. Viviana aveva un negozietto minuscolo. Una vicina voleva unirsi al progetto e le servivano delle compagne di squadra, e ha proposto a Viviana di partecipare. Ma quando le ha parlato di En Vía ha usato la parola préstamo, ci racconta Viviana, e così lei le ha detto di no. Quando poi ha scoperto che non si trattava di un préstamo ma di un mutuo, ha accettato. Col primo mutuo ha comprato un tavolo, per esporre le cose che vende; che prima stavano per terra. Di nuovo, quello che vende lo compra; e il suo lavoro dà lavoro ad altrə.

E veniamo all’ultima signora che abbiamo avuto il piacere e l’onore di incontrare. Lucrezia.
Lucrezia lavora col marito: anche se il mutuo è a nome suo, tessere i tappeti è un’attività di coppia; e anzi, fino a neanche tanti anni fa era un’attività riservata ai soli uomini!
Lucrezia ci racconta che una volta non avevano un’attività loro ma tessevano per conto di terzə, che davano loro i materiali e il disegno da eseguire... e che lə pagavano una miseria, una cosa tipo 150 pesos (7.50 euro) per dieci giorni di lavoro. Era poco, era pochissimo, continua a ripetere scuotendo la testa.
Col primo mutuo hanno comprato della lana. E adesso non lavorano più per altrə ma per se stessə, e sono statə in grado di far studiare ə figlə: ingegneria elettronica il ragazzo, ingegneria ambientale la ragazza. Sono lontani, lui a Tijuana lei non ricordo, e ogni tanto tornano al villaggio per visitare ə genitorə; ma a viverci, ci spiega il marito, non torneranno mai, perché non c’è lavoro qui.
Lucrezia e il marito fra loro non parlano spagnolo, ma zapoteco.
Lucrezia ci ha fatto vedere come colora la lana. È tutto naturale: cocciniglia per il rosso, cocciniglia più succo di lime per il verde, foglie di indigofera tinctoria per il blu. E guardate che colori!

Foto di Francesca Martinelli

Ci ha anche fatto vedere come si carda la lana; perché Lucrezia e il marito partono dalla lana grezza, e devono cardarla e filarla.
La loro attività ha un nome composto da quattro lettere: le prime due sono quelle del cognome di lei, le ultime due quelle del cognome di lui.

Sulla via del ritorno impariamo l'entità del primo mutuo che viene concesso. Indovinate?

75 euro.

Foto di Francesca Martinelli

Abbiamo viaggiato nello stato di Oaxaca per tre settimane in totale. Abbiamo visto cascate, resti archeologici, tartarughe marine. Ma a restarmi impresso non è stato niente di tutto questo. Sono stati gli occhi delle donne.

Di Angelina, Isabel, Viviana e Lucrezia, conosciute quel giorno di Giugno.
Ma anche di Ana, l'unica guida indipendente femmina di Huatulco, per cui la vita non è facile ma che va avanti come un treno.
Di Adriana, la nostra guida per le rovine zapoteche, che cresce due bambini da sola e le cui parole hanno riportato in vita i colori splendenti degli edifici nel periodo zapoteco, che quasi ci sembrava di vedere ə sacerdotə camminare su quello che oggi è semplicemente un prato.
Di un'altra Adriana, principessa prigioniera di una torre di cristallo, dalle idee chiare (e nessun timore a esprimerle) e dallo sguardo di fuoco.
Della bambina zapoteca che non arrivava a dieci anni e che ci ha fatto assaggiare il mezcal di famiglia, e poi ci ha chiesto da dove venissimo e ha messo delle bandierine su una mappa, per imparare la geografia.
Di Rosario-contro-tutte-e-contro-tutti, che si è ribellata al destino che era stato tracciato per lei e si è messa a produrre mezcal; e che ha successo, e che ha scelto come logo per la sua azienda Rambhā, una divinità della mitologia indù. Femmina, ovviamente.
Di Yeni, la dolce infermiera che mi ha soccorso quando ho avuto un'intossicazione alimentare, e che mentre il liquido della flebo scorreva mi parlava della figlia che ha 9 anni e vive col padre a 1600 km di distanza perché è meglio così, per lei.

Del viaggio dimenticherò tante cose, ma queste donne coraggiose non le dimenticherò mai.

A fine viaggio, proprio l'ultimo giorno, abbiamo preso un colectivo e siamo tornati da Isabel. Abbiamo fatto un corso di cucina con lei: abbiamo imparato a fare i tamales! Con noi parlava spagnolo, col figlio zapoteco. È stata una giornata meravigliosa!

Ma questa è un'altra storia, e bisognerà raccontarla un'altra volta.

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Author Profile

Nata a Lucca, è finita per caso a Bruxelles, dove vive da quasi 15 anni e da altrettanti lavora per un'organizzazione no-profit. Crede di avere tanto da imparare, e la cosa che ama di più è scoprire nuove culture e modi di vivere - nella migliore delle ipotesi viaggiando, ma quando questo non è possibile anche un libro o un film vanno bene!